WWF: negli ultimi 50 anni diminuiti del 60% mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi

di Giulia Minghetti

Il WWF ha pubblicato il Living Planet Report 2018, il documento biennale sullo stato di salute del Pianeta Terra che analizza la biodiversità, gli ecosistemi e la domanda di risorse naturali, in rapporto alla specie umana e alle specie animali.  Il rapporto riunisce una serie di ricerche svolte a livello internazionale da più di 50 esperti, in collaborazione con la Zoological Society of London.

Dallo studio emerge che stiamo spingendo il nostro pianeta sull’orlo del baratro. L’attività umana, il modo in cui ci alimentiamo e finanziamo le nostre vite, sta portando un tributo negativo senza precedenti alla fauna selvatica, ai luoghi fino ad ora selvaggi e incontaminati e alle risorse naturali di cui abbiamo bisogno per sopravvivere, sebbene sia stato stimato che la natura offra servizi che possono essere valutati intorno ai 125.000 miliardi di dollari, una cifra superiore al prodotto globale lordo dei paesi di tutto il mondo, che si aggira sugli 80.000 miliardi di dollari.

 

(Foto archivio WWF)

Negli ultimi 50 anni si è verificato un sorprendente calo del 60% delle dimensioni delle popolazioni di mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi. Le principali minacce alle specie identificate sono strettamente collegate alle attività umane, tra cui la perdita e il degrado dei suoli e di biodiversità.

Per quanto riguarda il degrado dei suoli, nel marzo 2018 l’Intergovernamental Science Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (IPBES) ha reso nota la valutazione sul degrado dei suoli (Land degradation and restoration assessment): secondo i dati, ad oggi, meno del 25% della superficie terrestre è ancora in condizioni naturali e, continuando con gli attuali andamenti di sfruttamento, nel 2050 la percentuale della superficie terrestre in condizioni naturali si abbasserà al 10%.

Per quanto attiene, invece, la perdita di biodiversità, misurata tramite un indice, il cosiddetto “Indice del pianeta vivente” (Living planet index), pubblicato per la prima volta nel 1998, per due decenni si è  registrata l’abbondanza delle popolazioni di migliaia di specie di mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi in tutto il mondo. Oggi la situazione è cambiata e alcuni numeri parlano da soli: nel 1970 gli elefanti in Africa erano 1.300.000, oggi sono meno di un terzo. Le tigri nel sud est asiatico erano 38.000, ne restano solo 4000.

Foto di Aj Robbie

Il rapporto presenta però anche un quadro rassicurante dell’impatto che l’attività umana può avere sulla fauna selvatica, sulle foreste, sugli oceani, sui fiumi e sul clima del mondo. Secondo l’analisi del WWF stiamo vivendo un momento sfidante che presenta un piccolo spiraglio di azione, ma ricco di opportunità. È necessario e urgente, da questo punto di vista, ripensare collettivamente e ridefinire il modo in cui valutiamo, proteggiamo e sfruttiamo la natura. È necessario rivedere il progresso in un’ottica di sviluppo sostenibile. Il mondo ha bisogno di una roadmap dal 2020 al 2050 con obiettivi chiari e ben definiti, di un set di azioni credibili e concrete: già da adesso abbiamo l’opportunità di lavorare per evitare di raggiungere il punto di non ritorno.

«Il benessere delle persone, la salute delle specie naturali e il futuro del pianeta – ha evidenziato Marco Lambertini, Direttore Generale Wwf International – devono essere strettamente correlati. Il tempo di agire è adesso!».

«Per ottenere risultati – ha commentato la presidente del Wwf Italia, Donatella Bianchi – è necessario intervenire subito già dalla 14° Conferenza delle Parti della Convenzione sulla Diversità biologica, che avrà luogo in Egitto a Novembre. È fondamentale un accordo globale, ambizioso ed efficace. Siamo la prima generazione a capacitarsi di come ci si sia giocati una fetta di ambiente e contemporaneamente siamo l’ultima in grado di fare qualcosa, come attivare la reversibilità della tendenza».

(Foto in alto archivio WWF)

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