Vivere in montagna: marginalità o opportunità?

Quale futuro è immaginabile per la montagna, per la vita e lo sviluppo delle attività umane in ambienti che, spesso, sono ancora considerati “marginali”? Una domanda questa, come si sul dire, da cento milioni di dollari, ma alla quale hanno cercato di rispondere gli ospiti del seminario “Montagna Futuro” che ha visto come protagonisti, tra gli altri, il governatore della Lombardia, Roberto Maroni, l’assessore alla Coesione territoriale della Provincia autonoma di Trento, Carlo Daldoss (che ha partecipato in rappresentanza del governatore Ugo Rossi), il sottosegretario alle politiche per la montagna della Regione Lombardia, Ugo Parolo, il presidente del CAI, Vincenzo Torti, l’antropologo Annibale Salsa della Fondazione Unesco Dolomiti e il celebre alpinista Simone Moro.

L’incontro, che si è svolto a Milano, è stato l’ultimo evento di un percorso avviato nei mesi scorsi dalla Regione Lombardia con diverse aree dell’arco alpino allo scopo d’individuare delle buone pratiche cui ispirarsi, in un’ottica anche di macroregione alpina Eusalp (la macroregione riconosciuta dall’Unione Europea che comprende 48 regioni di Francia, Germania, Svizzera, Liechtenstein, Austria, Italia e Slovenia). E quando si parla di buone pratiche, di un buon esempio di come il connubio autonomia-montagna, se ben governato, porti  a dei risultati virtuosi, il Trentino, naturalmente, si guadagna la pool position, con tanto di riconoscimento del governatore della Lombardia che ha indicato anche i pilastri su cui fondare le possibili future azioni per trasformare la montagna da marginale a opportunità.

«Abbiamo la fortuna – ha detto Roberto Maroni – di confinare con le provincie di Trento e Bolzano, dove sono state sviluppate tante iniziative che possiamo importare da noi. Confiniamo anche con il cantone dei Grigioni, che fa parte della Macroregione delle Alpi, e quindi abbiamo la possibilità di sviluppare dentro Eusalp iniziative comuni. Tre sono i pilastri da prendere a riferimento delle future azioni: le infrastrutture materiali e immateriali, il sostegno alle attività economiche, la fragilità del sistema dal punto di vista ambientale ma anche sociale».

A spiegare la base su cui si fonda l’esperienza positiva del Trentino, è toccato all’assessore Daldoss: «La montagna da luogo di “durezza” deve trasformarsi in luogo di opportunità, investendo prima di tutto sulle infrastrutture: la montagna ha necessità di raccogliere idee, creare condizioni e politiche per chi in montagna ci vuole vivere. C’è una felicità del vivere in montagna che non deve prescindere dal fatto che i servizi essenziali devono essere garantiti. Da questo deriva innanzitutto l’argine allo spopolamento. Un tempo vivere in montagna era un segno di inferiorità, oggi invece la montagna offre una grandissima opportunità. È evidente – ha continuato Daldoss – che per attrarre e fare restare le persone in montagna è indispensabile, oltre a avere rete e servizi, che vi siano adeguate opportunità di lavoro e condizioni di vita attrattive. Questa è una sorta di circuito virtuoso dove si devono incrociare condizioni e opportunità di sviluppo adeguate. Il che vuol dire: un ambiente favorevole e una cultura che lo sappia far crescere, coniugando sostenibilità ambientale, economica e dimensione sociale.”

Il presidente del CAI, Vincenzo Torti e l’antropologo Annibale Salsa (foto archivio Ufficio Stampa Pat)

Ma dal seminario sono giunti anche degli inviti a superare degli stereotipi ancora in voga: «C’è ancora uno stereotipo che vede la montagna emarginata – ha evidenziato Annibale Salsa – ma non è affatto vero che la montagna sia sempre stata marginale. Smettiamola con la cultura della rassegnazione, che posso capire nel montanaro che si sente cittadino di serie B, ma chi governa deve pensare che la montagna non sia un territorio marginale. C’è una politica da tradurre in chiave di governance. Gli istituti di ricerca sociale ci dicono che nell’arco alpino italiano le regioni che hanno garantito la tenuta sui territori sono quelle a statuto speciale: senza autonomia e autogoverno la montagna non può vincere la partita, la montagna ha intrinsecamente bisogno di essere autonoma. Occorre ripensare in termini positivi la montagna, uscire dagli stereotipi, prendere dalla modernità il buono, le tecnologie che rendono possibile mettere in connessione la montagna con la cittá. Senza mettere mano a forme di autonomia partecipate, però, i territori montani sono destinati a diventare periferia dell’impero, non stanno in piedi. Oggi però ci sono le condizioni per innescare una inversione di tendenza, che superi la cultura della resa, ci vuole una sana iniezione di relativismo».

«Il migliore antidoto alla marginalizzazione della montagna – ha aggiunto ancora Daldoss – è che la montagna diventi protagonista delle proprie scelte, sapendo magari che lo svantaggio dettato dalla arretratezza e dal mancato sviluppo di venti o trenta anni è oggi un vantaggio, un punto di forza di chi in passato non ha dissipato il proprio territorio. In montagna c’è un punto chiave – ha avvertito Daldoss – sul quale si vince o si perde la partita: non utilizzare gli stessi standard di spesa pubblica per le aree montane e per quelle urbane e di pianura. In montagna tutto costa di più. In particolare i costi per infrastrutture e servizi sono molto più elevati che nelle aree urbane e in pianura. Se noi non riconosciamo questo differenziale strutturale, condanniamo la montagna alla marginalità, quindi all’assistenza, togliendo al paese una straordinaria opportunità di crescita, visto che in Italia il territorio montano è più della metà del totale».

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