Vino lagarino: Marzemino, ma non solo

di Gustav Sacher

La storia e la fortuna della viticoltura lagarina sono intrecciate a quelle del vitigno che più di ogni altro la rappresenta: il Marzemino, varietà di lunga tradizione in Vallagarina, dove arrivò probabilmente durante la dominazione veneziana. “Versa il vino! Eccellente Marzemino!” è la citazione mozartiana del “Don Giovanni” che viene utilizzata ogni qual volta si voglia raccontare l’importanza di questo vino: anche se, a onor del vero, il Marzemino prodotto ai nostri tempi è un vino molto diverso da quello cantato da Mozart, con ogni probabilità un vino dolce o abboccato. Oggi invece il Marzemino si vinifica nella sua versione secca, adatta ad accompagnare i piatti tipici della cucina trentina, e che esalta le sue note floreali e sentori che richiamano ai frutti di bosco. Isera, con i suoi suoli basaltici, è una delle due sottozone nelle quali il Marzemino raggiunge i suoi picchi qualitativi. L’altra è la zona dei Ziresi, sulla sinistra Adige.

Ma la Vallagarina non è solo Marzemino, tutt’altro. Già dagli anni Sessanta, ad esempio, iniziò una tradizione di “tagli bordolesi” che la resero una delle zone più interessanti d’Italia per la coltivazione di Cabernet e Merlot: come non ricordare quel Fojaneghe di Bossi Fedrigotti che, grazie all’intuizione di Lionello Letrari, ha aperto una strada che ancora oggi è ricca di successi e soddisfazioni per le cantine di questa terra. Vini che col tempo hanno mutato carattere e profilo, andando incontro all’evoluzione del gusto e dei mercati: non è difficile, oggi, trovare queste nobili varietà di Bordeaux unite alle uve di più stretta tradizione trentina, come il Teroldego e il Lagrein.

Più recente come riconoscimento, ma dalla storia non certo improvvisata, anche il Moscato Giallo si sta ritagliando uno spazio nella variegata tavolozza della viticoltura lagarina, in particolare sul conoide dominato da Castel Beseno, da qualche anno inserito nel disciplinare della DOC Trentino come sottozona.

Impossibile, però, non parlare dell’unico vero autoctono lagarino. I contadini lo hanno sempre chiamato Lambrusco, o meglio, Lambrusco “a foia zicolada” (a foglia frastagliata), per distinguerlo dall’altro vitigno, il “foia tonda”, un tempo caratteristico della zona meridionale della valle dell’Adige, a cavallo tra Trentino e Veneto.

Parente del più famoso Lambrusco emiliano? Niente da fare. Il Lambrusco “a foia zicolada” è frutto di questa terra, nato da incroci naturali con la vite selvatica, “labrusca”, che cresceva spontaneamente nei boschi. Questa varietà ormai è nota con il nome di Enantio, e trova la sua casa ideale nelle piane alluvionali della bassa Lagarina, nelle quali può capitare di trovare ancora viti ultracentenarie a piede franco, salvatesi dal flagello della filossera di inizio XX secolo grazie ai terreni sabbiosi che costeggiano l’Adige e al nerbo robusto del vitigno.


Foto: Fototeca Trentino Sviluppo S.p.A. – foto di Ronny Kiaulehn

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