Valanga

Da qualche ora sto bucando il bianco mantello di Cima Sette Selle in una splendida giornata di gennaio. Consapevole delle condizioni meteo e del manto nevoso scelgo un percorso più sicuro in cresta, ma più faticoso e lento. La neve abbondante e pesante cela grandi buchi e vuoti fra i grossi massi che compongono la cresta rocciosa. Con le racchette ai piedi che si caricano a ogni passo, è una fatica immane. Il rischio di una slogatura o di una frattura è presente e dopo un’ora abbondante di questo procedere decido di interrompere il percorso in cresta.

Ormai ho oltrepassato il costone carico sotto cresta, dove la valanga può staccarsi in qualsiasi momento, causa la forte pendenza e l’abbondanza della neve stessa. Mi trovo sopra a un pendìo al margine del costone a rischio, dove grandi massi formano una gigantesca scalinata naturale.

La neve è una magia bianca che trasforma il paesaggio e sazia gli occhi di colpo lasciandoti senza fiato, come in volo. Andare in solitudine attraverso paradisi di silenzio bianco è un bene irrinunciabile. L’inverno ha la sua pace nei paesaggi ovattati della montagna che chiede un po’ di fatica, ma ti ricambia sempre generosamente. Non c’è stagione in cui la montagna non ti regali le sue meraviglie. Le parole non bastano a descrivere ciò che sento e la voglia di montagna e natura è sempre di più, è incontenibile. Quando inforco lo zaino al mattino presto, spesso di notte, mi si apre una porta nel cuore. Lascio andare il mio spirito selvaggio oltre la porta e penso e desidero solo che sia sempre così.

Sono le sedici di un pomeriggio d’inverno, mi rimangono poche ore di luce, quindi decido per il ritorno e scelgo come itinerario la scalinata naturale perpendicolare sotto di me. Con molta attenzione supero in discesa grandi massi, usando su alcuni la corda di sicurezza che ho sempre nello zaino. Il gusto è sempre più forte della fatica e la concentrazione sui movimenti non è un peso ma un sapore aggiunto. Non immagino proprio ciò che sta per accadere: mentre recupero la corda doppia da un masso enorme che ho appena superato, sento un fremito potente e violento che scuote tutto il versante. La voce della valanga fa rabbrividire pari al terremoto e ti fa sentire una nullità alla mercé della natura selvaggia.

Alla mia destra un fronte di 200 metri su uno spessore di quasi un metro di neve si è staccato alla sommità del costone, generando un’enorme valanga di fondo. Per una frazione di secondo mi credo al sicuro trovandomi fuori dalla massa in movimento, fra i grandi massi della scalinata che ho scelto appunto come itinerario migliore. Il mare bianco che precipita alla mia destra risucchia letteralmente quella lingua di neve tra due massi e di colpo mi sento immerso fino al torace nel frastuono agghiacciante della valanga. Pochi secondi prima sarei rimasto ancorato alla mia corda che ora stringo inutilmente d’istinto. Anche solo un paio di metri più a sinistra sarebbero bastati a tenermi fuori da quella trappola infernale. L’onda di margine che si crea contro il lato sinistro, quello della scalinata, mi ribalta continuamente a destra verso la grande massa, come la lingua di un mostro bianco che cerca di inghiottirmi. La neve fradicia e pesante mi imprigiona gli arti inferiori ancorati alle racchette da neve. È una forza che stritola tutto ciò che incontra.

Sento violenti stiramenti alle gambe, ma dalla cintola in su sto lottando con le braccia, nuotando per tenermi in superficie. Alla mia destra enormi lastroni si accavallano a una velocità impressionante. Non ho pensieri pessimistici, ma percepisco come uno stadio di limbo tra la vita e la morte. La mente ordina di lottare, è quello che sto facendo e che mi lascerà vedere il tramonto infuocato giù verso la pianura. La grande morena in fondo al versante arresta la valanga con un sordo impatto. Ho disceso più di 200 metri in pochissimi interminabili secondi. Nell’impatto finale mi sento proiettato fuori dalla massa e mi ritrovo piantato a testa in giù qualche metro più a valle. Scatto immediatamente liberandomi dalla stretta fredda, ora silenziosa, della neve che in quello stadio post-valanga è di una consistenza che somiglia ad una colata di cemento.

Incredibilmente sono integro, piego le ginocchia, muovo i piedi e non sento alcun dolore. Sono fradicio e ho brividi di freddo. Guardo in su dove la valanga mi ha strappato dalla roccia. Nella discesa ho perso occhiali, bastoncini e berretto, ma ho ancora stretta in mano la corda, lo zaino in spalla e naturalmente le racchette ai piedi. Estraggo a fatica i trenta metri di corda e scatto una foto al versante pulito sotto lo scalino di distacco 200 metri più in alto.

Non c’è tempo da perdere, mi sto raffreddando seriamente e la luce va calando in fretta. So che devo arrivare presto alla mia auto. Mi scateno in una marcia forzata in discesa, lungo una linea retta che taglia il sentiero riducendo notevolmente il tempo di percorrenza. Muovendomi così in fretta sento meno il freddo umido. Nel parcheggio vuoto e ormai buio c’è solo la mia automobile, la mia salvezza. Accendo il motore e in fretta mi tolgo i vestiti inzuppati strizzandoli e rimettendoli velocemente. Mi sento già benissimo così, ma quando il tepore sale dal basso un soffio di vita si trasforma in un profondo sospiro di sollievo.
Il destino mi ha concesso ancora una chance. Una settimana dopo, passo nei dintorni e guardando su in alto un brivido mi scende a valanga lungo la schiena.

Angelo Caliari

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