Tamara Lunger: “In Siberia ho scalato la mia vetta interiore”.

di Massimo Dorigoni

È stato un successo la prima ascensione invernale da parte dei noti alpinisti Tamara Lunger e Simone Moro al Gora Pobeda (Pik Pobeda), che tradotto in lingua italiana significa Cima Vittoria. È una montagna di 3003 metri, la più alta della catena dei monti Cerskij, nel posto più freddo al mondo, in piena Siberia, al Circolo Polare Artico.

Tamara al ritorno in Italia si è detta infinitamente grata per l’aiuto ricevuto dai nomadi durante la permanenza in quel luogo sperduto e si è aperta con noi, rilasciando questa toccante e confidenziale intervista.

(Foto TheNorthFace/MatteoZanga)

Un viaggio alla scoperta di un mondo nuovo. Quali sensazioni?
«Per me è stata un’esperienza molto, molto bella. Dispersa nel nulla, in tanto spazio. Alberi pieni di neve, tanta pace e tranquillità. Il ritorno a una vita di cento anni fa. Per me era già bello il viaggio, poi mi ha fatto molto piacere avere scalato la montagna perché era la mia prima montagna dopo il 2014. È stato molto importante perché ho capito tante cose interiori».

(Foto TheNorthFace/MatteoZanga)

Una vetta nuova, inesplorata d’inverno. Quali difficoltà avete incontrato?
«Sono partita con tanti punti di domanda e tanta paura per il freddo. Ma alla fine non è andata poi male. Il tempo era brutto e il cielo coperto quindi non faceva freddissimo. La scalata era un po’ più tecnica di quello che pensavamo, però questa non è stata un grande ostacolo. All’inizio, per battere la traccia, abbiamo trascorso una giornata molto faticosa, ma questa è stata la base per fare la scalata in giornata».

(Foto TheNorthFace/MatteoZanga)

Dopo due montagne in cui la vetta non è arrivata che emozioni hai provato arrivata in cima Pik Pobeda?
«Sono partita senza aspettarmi una vetta per non mettermi troppa pressione addosso. Ho voluto fare questo viaggio con tanta tranquillità e pace, meditando tanto. Quando sono arrivata in cima non ero sicuramente come su un ottomila. L’emozione è stata di voltarmi indietro e vedere l’esperienza che nel suo insieme definirei incredibile. Sono entrata in un mondo che io non pensavo esistesse. Questo mi ha dato modo di ritornare hai tempi dove mi sentivo come a casa».

Al ritorno da questo viaggio ti senti più alpinista o esploratrice?
«Al ritorno a casa mi sono sentita sia alpinista, sia esploratrice. Questi due termini, secondo il mio parere, vanno molto d’accordo e poi, chissà cosa riserva il futuro, magari devo guardare più all’esplorazione.

(Foto TheNorthFace/MatteoZanga)

L’India prima e la Siberia poi. Stai ritrovando la serenità dentro te?
«Ho scoperto che dopo ogni spedizione, sia con la vetta che senza vetta, mi butto sempre un po’ giù. All’inizio magari sono felice, ma poi devo leggere anche tanti commenti negativi. Se ti senti dire che fai solo cazzate e quello che fai non era tanto di più di fare un giro alla domenica col cane, allora questo ferisce la mia sensibilità e poi mi metto in discussione. Io ho capito che ogni volta che dall’isolamento rientro nella civiltà mi sento meno bene, quindi è sempre duro il rientro in società e faccio un po’ fatica».

Ci hai abituato ormai alle sorprese e a nuove performance. Quali i progetti per l’immediato futuro?
«Il prossimo progetto sarà sulle Alpi, guardando alla velocità con gli sci d’alpinismo e con altri sci alpinisti e quindi per questo mi sento molto gasata anche per quel motivo».

 

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