Il senso dell’avventura per Alex Bellini

di Vania Facchinelli

“Il colore del ghiaccio in Islanda prende il colore del pensiero che hai in testa”. È iniziato così il recente incontro al Muse-Museo delle Scienze di Trento che il celebre esploratore Alex Bellini ha avuto con il pubblico in occasione del 65. Trento Film Festival, nell’ambito degli appuntamenti dedicati all’Islanda.

In dialogo con il giornalista Federico Taddia, Bellini ha parlato della sua ultima traversata lungo il ghiacciaio più grande d’Europa, il Vatnajökull, conquistando letteralmente il pubblico, soprattutto quando ha spiegato le difficoltà che ha dovuto superare durante l’impresa, la parte psicologica di ogni sua esplorazione e di ciò che significa per lui essere esploratore.

Alex Bellini (Foto Piero Cavagna)

Bellini ha attraversato il ghiacciaio islandese, per tredici giorni, accompagnato solo da un fotografo per la prima parte del viaggio e trascinando da solo una slitta piena di tutto il necessario per sopravvivere. L’esploratore ha ricordato, grazie all’ausilio di suggestive fotografie, le sfumature di blu, a volte di azzurro e verde del ghiacciaio che ha fatto da terreno per questa sua ultima avventura; assieme al ghiaccio, il vento ha caratterizzato la traversata, un fortissimo vento che “trasformava la tenda come il tappeto magico di Aladino”.

Assomiglia quasi a una “follia” questo suo viaggio, ma nasce da ciò che l’esploratore sa fare meglio: l’avventura. L’avventura questa volta declinata a volere lanciare un messaggio e una testimonianza, nella consapevolezza che le figlie delle sue figlie potrebbero non vedere mai più il ghiacciaio del Vatnajökull. Per questo Bellini ha deciso di partire e di consegnare le fotografie all’eternità.

L’esploratore durante la traversata del ghiacciaio Vatnajökull

La vicinanza e il rapporto con l’ambiente è stato un tema importante nelle riflessioni dell’esploratore, il quale si è chiesto quando sia stata l’ultima volta che le persone sono riuscite a ritagliarsi un momento di tempo per stare da sole con la natura, per fare una passeggiata solitaria ad ascoltare l’ambiente. Per lui è quest’allontanamento che ha portato l’uomo alla deresponsabilizzazione verso il mondo che lo circonda ed è dunque oggi più che mai necessario la ricostruzione di un dialogo tra noi e la natura. Di questo Bellini ne è consapevole ed è proprio qui che trova il senso al suo essere un uomo d’avventura: l’essere un testimone responsabile di ciò che accade, comunicando attraverso l’esperienza multisensoriale ciò che vive di persona.

Se da un lato però è fondamentale riavvicinarsi alla natura, dall’altro il rapporto dell’esploratore con essa è stato spesso di odio, in una relazione che assomiglia a un pendolo nel suo andirivieni: quando ne è distante ne sente la mancanza, quando c’è, spesso, la detesta, nella sua ostilità e nel suo fascino crudele: ma per sua stessa ammissione “se ci fosse equilibrio non la cercherebbe”.

L’esploratore ha poi raffrontato l’avventura islandese con le altre sue precedenti imprese: abituato a missioni più lunghe, ha inizialmente preso sottogamba quello che considerava come una “passeggiata breve” di 200 km lungo il ghiacciaio, ma già dal primo giorno, alla prima folata di vento, si è dovuto ricredere, alzando le antenne: una notte, addirittura, ha dovuto trascorrere la maggior parte del tempo con i piedi a tenere ferma la tenda, già preparato a essere trasportato via dal vento. Se in quell’occasione ha scampato il pericolo, la paura è arrivata una seconda volta quando è quasi caduto in un crepaccio. A volte le condizioni metereologiche gli impedivano di capire dove fossero gli avvallamenti e questo l’ha portato a dovere avanzare affidandosi alle sue sensazioni: fino a quando queste lo hanno guidato male, facendolo finire in fondo a un crepaccio. La slitta per fortuna non lo ha colpito ed è riuscito a risalire la fenditura e a chiamare i soccorsi, i quali, dopo avere tentato di convincerlo a tornare a casa, hanno desistito, riportando però indietro il fotografo.

Alex Bellini con il presidente del Trento Film Festival, Roberto De Martin, durante l’incontro al Muse (foto Piero Cavagna)

Bellini ha confidato che tutto ciò che vive ha una ripercussione sulla sua famiglia e mai come prima l’ha capito in quest’ultima impresa, scorgendo la preoccupazione da parte delle piccole figlie che sono state coinvolte e che temevano per lui, cosa che non può più dare per scontato.

Ma se l’imprese che affronta Bellini partono sempre da un punto di vista personale, per nutrire la sua voglia di libertà, una volta che prende piede arriva l’energia che lo porta a pensare che quello che sta facendo ha un obiettivo più grande di lui. La responsabilità che ha verso la sua famiglia diventa allora energia per gli altri, per chi non crede in sé stesso, per chi pensa di non poterlo fare. Ma, in fondo, per l’esploratore, è l’uomo che fa della sua vita una meravigliosa esplorazione. Tutti possono farlo, è solo una questione di testa.

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