Scuola di alpinismo Giorgio Graffer: dove s’insegna la passione per la montagna

di Massimo Dorigoni

In molti la considerano un vero e proprio punto di riferimento per l’alpinismo trentino. Per la sua storia. La serietà. Le competenze e la capacità di sapere guardare al futuro. Stiamo parlando della Scuola di alpinismo e sci-alpinismo Graffer. A dirigerla è Mauro Loss, alpinista, “figlio d’arte”, nipote del grande e indimenticabile Giuseppe (Bepi) Loss.

Mauro Loss, che soddisfazione si prova nel condurre una scuola come la Graffer?

«Enorme. Il sapere di essere alla testa di un gruppo di persone che hanno il compito di portare avanti una tradizione, una filosofia che ha 75 anni di storia cercando di mantenerla viva e soprattutto attuale, fa tremare le gambe, ma i risultati ci stanno dando ragione e quindi la soddisfazione mia e di tutti i miei colleghi non può che essere enorme».

Chi sono le persone che approcciano alla montagna attraverso i vostri corsi?

«Non c’è una tipologia ben precisa. La cosa importante è che comunque qualsiasi essa sia la maggior parte dei nostri allievi si dimostra molto interessata e ricettiva».

Si riesce attraverso un percorso didattico a creare autostima e rendere autosufficiente un allievo in ambiente montano?

«Autostima e autosufficienza sono parole dal significato importante. Certamente non è con un corso che si formano alpinisti o scialpinisti, ma la partecipazione aiuta a creare le fondamenta per la costruzione della propria autosufficienza. L’autostima crescerà con il crescere dell’esperienza. L’importante è capire che l’ambiente montano va affrontato con rispetto e iniziare con un corso è già una buona cosa».

In montagna la sicurezza prima di tutto?

«La sicurezza resta il must. Senza però dimenticare che il rischio “zero” non esiste e che l’ambiente montano estivo o invernale che sia, va affrontato senza arroganza ma con misura, cautela e rispetto. Cercando di fare il passo sempre e comunque commisurato alla propria esperienza e capacità».

A fine corso cosa si legge negli occhi degli allievi e in quelli degli istruttori?

«Negli allievi felicità, contentezza e una maggior sicurezza di sé e dei propri mezzi. Nei colleghi istruttori una rinnovata passione, tanta tanta amicizia e un po’ di tristezza, perché un altro corso e l’ultimo è sempre il migliore è finito».

Dopo tanti anni come direttore riesce a trovare sempre nuovi stimoli?

«Il fatto che gli anni siano tanti dimostra che gli stimoli non mancano. Non è sempre stato semplice, ci sono stati momenti più difficili, ma il gruppo ha sempre trovato la voglia e le forze per continuare a mantenere aperto questo lungo solco e di conseguenza è stato facile per me trovare e avere stimoli per continuare».

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