Reportage: Acqua Fredda la più importante fonderia d’Europa della tarda età del Bronzo

di Massimo Dorigoni

Oggi ci troviamo a passo del Redebus che collega l’Altopiano di Piné alla Valle dei Mocheni.  È una giornata di pieno di sole e ci troviamo in compagnia di Luisa Moser, responsabile dei Servizi Educativi dell’Ufficio Beni archeologici della Soprintendenza per i Beni culturali della Provincia autonoma di Trento per parlare di un sito archeologico affascinante e sotto molti aspetti unico: quello di Acqua Fredda, dove si può ammirare una delle più importanti fonderie in Europa della tarda età del Bronzo (XIII-XI sec. a.C.).

Come è stato scoperto il sito?
«Il sito è stato scoperto casualmente nel 1979 grazie agli scavi per la costruzione della strada provinciale che collega la Valle dei Mòcheni con l’Altopiano di Pinè. Gli scavi sono stati condotti tra il 1979 e il 1995 dall’Ufficio beni archeologici della Provincia Autonoma di Trento in collaborazione con il Bergbau Museum di Bochum (Germania) e è stata messa in luce una delle più importanti fonderie in Europa della tarda età del Bronzo. Il sito documenta, infatti, una batteria di nove forni fusori. Sono stati inoltre ritrovati strumenti per la lavorazione del minerale di rame (macine e macinelli in pietra, frammenti di ugelli in ceramica – la parte terminale dei mantici), tonnellate di scorie, resti di elementi lignei (forse coperture o strutture utilizzate per l’attività) e uno spillone in bronzo decorato, molto probabilmente appartenuto ad un metallurgo».

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Il sito archeologico di Acqua Fredda (Foto Ufficio Beni Archeologici Soprintendenza per i Beni Culturali della PAT)

Un sito importante quindi?
«Decisamente sì, è un sito datato alla tarda età del bronzo (XIII-XI sec. a.C.) ed è attualmente uno dei siti musealizzati più alti d’Europa. L’area archeologica testimonia l’intensa ed estesa attività di lavorazione dei minerali di rame, metallo non presente allo stato puro in Trentino e che quindi andava ricavato attraverso un articolato procedimento. Nel sito veniva eseguita la macinatura della calcopirite, che si trovava in abbondanza nelle zone limitrofe, a cui seguiva l’arricchimento (lavaggio) e l’arrostimento in forno del minerale per eliminarne lo zolfo. Successivamente il minerale era trattato (riduzione) all’interno dei forni: le alte temperature permettevano di separare il rame dalle altre componenti, in particolare il ferro. Il risultato di questo procedimento era da un lato il rame e dall’altro le scorie. Scorie grossolane contenevano ancora rame e per questo venivano rimacinate e sottoposte a lavorazione. L’abbondanza di scorie rinvenute a valle dei forni testimoniano la lavorazione del minerale nel sito. Va inoltre sottolineato che dai tempi più antichi l’arte di estrarre e lavorare i metalli con il fuoco ha attratto e affascinato l’uomo, che attraverso tecniche raffinatissime già in epoche preistoriche ha imparato a creare oggetti di fondamentale importanza per l’attività di sussistenza. Ma non solo: l’utilizzo dei metalli è uno dei principali elementi d’innovazione nella storia del genere umano ed è connesso agli aspetti economici e sociali e persino a quelli del culto».

Quest’area è importante non solo dal punto di vista archeologico, ma anche naturalistico?

«Esatto, accanto all’area archeologica di altrettanto interesse naturalistico è il biotopo Redebus, costituito da una conca torbosa dove scaturisce una sorgente che alimenta il Rio Regnana. Il biotopo Redebus rappresenta un ambiente particolarmente interessante dal punto di vista vegetazionale, per la presenza di associazioni botaniche rare di prato umido e di torbiera tipiche di substrati acidi. Sono presenti inoltre alcune specie molto rare quali Trichophorum alpinum, Eriophorum vaginatum, Eriophorum angustifolium, Drosera rotundifolia, Carex limosa e Pedicularis palustris».

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Presumo vi siano molte gite scolastiche
«Sì, l’area è costituisce un punto di riferimento per attività nell’ambito dell’archeologia sperimentale e nel settore divulgativo con la realizzazione d’incontri e stage e con laboratori e percorsi didattici durante l’anno scolastico e per il pubblico di appassionati e interessati di ogni età. Durante l’anno scolastico, nei mesi autunnali e primaverili, vengono proposti laboratori archeologici e naturalistici alle classi, mentre durante l’estate, in collaborazione con l’Azienda di promozione turistica di Piné, vengono organizzate diverse iniziative (laboratori di didattici archeologia e naturalistici, attività di archeologia sperimentale, spettacoli teatrali e performance musicali)».

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Il personale specializzato che accoglie i visitatori è una marcia in più?
«Per far conoscere le attività che venivano svolte nel sito, come Servizi Educativi, proponiamo anche laboratori pratici in cui i bambini e le famiglie possono sperimentare come realizzare ad esempio un crogiolo o una forma di fusione, oppure come macinare il minerale di rame. Particolarmente suggestivi e di grande fascino i laboratori di archeologia sperimentale, per cui ci avvaliamo della collaborazione di un archeometallurgo che ripropone la fusione del bronzo o la riduzione della malachite, utilizzando esclusivamente strumenti impiegati nell’antichità. Poter collaborare con professionisti esperti nelle diverse discipline, l’archeotecnico Enrico Belgrado e Paola Barducci, accompagnatore di territorio, per la parte naturalistica, oltre che con i nostri collaboratori archeologi, arricchisce l’offerta educativa e di valorizzazione del sito».

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Anche gli adulti rimangono affascinati da questo “miracolo” di trasformazione?
«Sì, oltre che i bambini anche gli adulti partecipano con estrema curiosità e anche stupore alla magia che ogni volta si compie, quando dalla malachite si estrae il rame o un blocco di bronzo si fonde per realizzare un’ascia. C’è molto interesse per il nostro territorio e patrimonio e inoltre posso constatare che spesso le famiglie ritornano per seguire tutti gli incontri e poter così approfondire, di volta in volta, diversi aspetti legati al sito».

Un interesse del pubblico per l’archeologia che sta crescendo sempre di più?
«Sì, direi proprio di sì. Ci sono ancora molti trentini, oltre che turisti, che non conoscono la ricchezza del nostro patrimonio e del nostro territorio. Partecipando alle attività proposte, possono poi conoscere anche le altre realtà su cui noi lavoriamo, ad esempio lo Spazio Archeologico sotterraneo del Sas, il Museo delle Palafitte di Fiavè o il Museo Retico di Sanzeno. Oppure, per restare nella zona della Valsugana, i Montesei di Serso e il sito della Torre dei Sicconi a Monte Rive a Caldonazzo».

Quella di Acqua Fredda è un’area archeologica visitabile tutto l’anno?
«Sì, è liberamente visitabile tutto l’anno. L’area è corredata da pannelli informativi, che illustrano il funzionamento dei forni e la vita delle popolazioni dell’epoca. È dotata nelle vicinanze di un parcheggio e di un punto ristoro nelle immediate vicinanze. L’area può anche essere raggiunta a piedi, con una camminata di circa 40 minuti, attraverso una strada sterrata e poi un sentiero nel bosco, che parte dalla chiesa di Palù del Fersina».

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