Quattro amici e un folletto

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Ciao sono il Folletto del Meriz e abito in una baita nel bosco, vicino al Rifugio Meriz, sulla Paganella, una bellissima montagna del Trentino.

La mia più grande passione è correre sui prati insieme ai miei quattro inseparabili amici: un orso bruno che si chiama “Mirtillo”, perché ama mangiare, come tutti gli orsi, tanti frutti di bosco; una femmina di cervo di nome “Antenna”, perché drizza sempre le orecchie per ascoltare se arriva qualcuno; una volpe, cui ho dato il nome di “Balzo”, perché quando va a caccia salta su di scatto, allungandosi in aria come un elastico; e infine uno scoiattolo di nome “Dispettoso”, perché  è un vero attaccabrighe.

Con Mirtillo, Antenna, Balzo e Dispettoso siamo amici da tanti anni e grazie a loro ho imparato tante cose sul bosco e gli animali. Potrei raccontarti molte storie su di loro. Ne ho viste così tante! Ascolta cosa mi è accaduto alcuni giorni fa mentre mi trovavo in compagnia di Mirtillo.

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L’orso bruno Mirtillo (foto Fabrizio Bottamedi)

Era una bella giornata di sole e io, come al solito, correvo sull’erba in mezzo al bosco, quando, all’improvviso, ho avvertito poco lontano un rumore di rami spezzati. Allora, curioso, mi sono fermato, nascondendomi dietro un tronco di un abete per scoprire cosa fosse stato. Ho guardato a destra e sinistra, ma senza riuscire a scorgere nulla. Non ho fatto però in tempo a girare la testa che dall’alto ho visto cadere una grossa pigna che mi ha colpito sulla spalla. «Ahi» ho esclamato, alzando lo sguardo verso la cima dell’albero. Nello stesso istante mi sono accorto che mi trovavo sotto un grande abete rosso. I miei amici animali mi hanno infatti insegnato che gli abeti possono essere di tue specie: bianchi o rossi e un trucco semplice e veloce per riconoscerli è proprio di osservare le loro pigne: se pendono verso il basso, l’abete è rosso, come quello che vedi nella foto che ho scattato; se invece sono rivolte all’insù, allora è bianco. Facile no?

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Dei bellissimi abeti rossi, con le classiche pigne (strobili) rivolte verso il basso.

Mirtillo però nel frattempo era sparito. Io ho provato a chiamarlo, ma inutilmente. Intanto il rumore misterioso si era affievolito, ma grazie alle mie belle e lunghe orecchie da folletto, ho continuato a percepirlo, accorgendomi che adesso proveniva dalla parte più a valle del bosco, dove si trovavano degli alberi di faggio. A quel punto, facendomi guidare anche dall’odore e dalle orme che aveva lasciato Mirtillo sul terreno, mi sono incamminato verso quel punto del bosco. Le orme di Mirtillo, come tutte quelle degli orsi bruni, erano simili a quelle lasciate dal piede di un bambino. L’orso bruno è infatti un plantigrado, perché quando cammina appoggia a terra tutta la pianta del piede, così come facciamo noi o le scimmie o gli scoiattoli come Dispettoso. Nel disegno qui sotto della mia amica Astrid puoi vedere bene come sono fatte le orme dell’orso.

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Disegni di Astrid Mottes

 

Avvicinandomi ai faggi ho scorto finalmente Mirtillo intento a mangiare i frutti di questi alberi, chiamati faggiole, simili a delle piccole castagne a forma di triangolo e poco più distante ho visto qualcosa di davvero eccezionale: sotto a degli altri faggi c’erano due piccoli di orso bruno insieme alla loro mamma. Erano loro quindi a fare quel rumore che mi aveva incuriosito! Mi sono emozionato tantissimo: stavano giocando e di tanto in tanto si fermavano a mangiare i frutti dei faggi, cercandoli tra le foglie. Che spettacolo meraviglioso, se vuoi lo puoi vedere nel video nell’articolo più sotto. Sapevo però che non dovevo assolutamente avvicinarmi, perché mamma orsa è sempre molto protettiva con i propri piccoli e poteva diventare quindi pericolosa. Così in silenzio ho guardato ancora una volta lo

spettacolo e mi sono allontanato, raggiungendo Mirtillo che nel frattempo aveva mangiato così tanto che stentava a muoversi. Aiutandolo a camminare sono così tornato indietro e felice ho ripreso a correre sull’erba, in attesa di un’altra fantastica avventura con i miei amici animali. E se vuoi la prossima volta te ne racconterò un’altra. Ciao ciao.

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