Paolo Cognetti: “Occorre riscoprire il significato della parola natura”

di Massimo Dorigoni

Il 66. Trento Film Festival ha dato voce e possibilità di esternare preoccupazioni, visioni e speranze di un nuovo modo di vivere in quota, così come è avvenuto durante la serata dal titolo “L’alleanza tra vecchi e giovani montanari”, con protagonisti lo scrittore Paolo Cognetti, vincitore del premio “ITAS 2017” e del “Premio Strega 2017” con “Le otto montagne” ed Eleonora Orlandi, gestore del rifugio Altissimo che ha portato la sua esperienza di vita tra i monti.

Durante l’evento Cognetti ha parlato delle nuove generazioni e del rapporto dei ragazzi con la montagna, di libertà e di opportunità per un futuro nuovo e alternativo alla vita di città. Ha infine esaltato il ruolo prezioso che da sempre la donna ricopre in montagna. Lo abbiamo incontrato a fine serata e gli abbiamo fatto qualche domanda.

Nella foto Paolo Cognetti ed Eleonora Orlandi con il giornalista Franco de Battaglia (foto di Roberta Silva)

Perché è così difficile per l’uomo mantenere un sereno rapporto con la natura?

«Credo che il motivo sia perché ci siamo tremendamente allontanati da una dimensione naturale. Per cui tanti di noi non sanno più il significato di questa parola. Allo stesso tempo, più si va verso una società denaturalizzata e tecnologica, più l’uomo sentirà il bisogno di tornare alla natura perché è una parte di noi che non possiamo levarci di dosso».

Quasi il desiderio di fare un passo indietro?

«Io vedo il desiderio di questi anni, lo si sente molto. Vivere il ritorno alla montagna e ai boschi come strettamente legato a quanto le nostre città stanno diventando tecnologiche e lontane da quella dimensione».

Possiamo trovare una ricetta. Potrebbe essere quella di educare i giovani fin dalle scuole?

«Questo non lo so. Penso che attraverso la scuola ci potrebbe passare forse troppa retorica. Credo che ci sia un momento in cui tu questa esperienza la fai di persona e allora la senti vera. Quando porto i ragazzi in montagna difficilmente restano indifferenti». 

Presidio culturale d’alta quota. Forse questo per il futuro della montagna. È il tuo un invito al dialogo?

«Sì e soprattutto vivendo in montagna mi manca molto una dimensione culturale. Luoghi magnifici dal punto di vista naturalistico e poverissimi dal punto di vista artistico, musicale, culturale. Secondo me qualcosa che manca per abitarla davvero la montagna. Io sto cercando di osservarla dal punto di chi ci vorrebbe abitarla, non tanto di chi ci va e la frequenta di tanto in tanto. Quindi di dare alla montagna un contenuto di questo tipo proprio perché sia di nuovo abitabile».

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