Nel canyon del Fersina: un sorprendente “Jurassic Park” (da ripulire) alle porte di Trento

Testo e foto di Stefano Voltolini

A piedi lungo il canyon del torrente Fersina, da Ponte Alto al rio Farinella, a valle di Civezzano. Da Trento a Pergine. Facendosi strada tra gli arbusti e il fogliame, con i piedi spesso nell’acqua, superando alcuni passaggi delicati. Sperimentando com’è attraversare una piccola «foresta pluviale», molto vicina alla città. Un mondo intricato che, in un tratto, scorre sotto i piloni della Ss 47. Un ambiente affascinante e vivo, sporcato dai segni dell’inquinamento: le schiume nell’acqua, i rifiuti portati dalle piene o gettati dalla strada e inghiottiti dalla natura. Ma che può regalare un’emozione tranquilla come una nuotata nel fiume, sotto la cascata, prima della risalita. L’avventura di un pomeriggio.

L’inizio della “giungla”

Il percorso inizia poco distante da casa: Ponte Alto, vicino all’Orrido cascata, cinque minuti in auto dal centro di Trento. Lasciamo la seconda auto al parcheggio del ristorante, la prima l’abbiamo lasciata vicino alla Corona calcestruzzi in località Rio Farinella, sotto Civezzano, a lato della Ss 47.

In pochi minuti si arriva in fondo alla stradina che costeggia il laghetto artificiale (costruito per alimentare la centrale idroelettrica di ponte Cornicchio, datata 1889, la prima centrale dell’Impero austroungarico e una delle prime al mondo) e le spiaggette sul Fersina, in direzione est rispetto alla forra dell’Orrido, che a breve sarà riaperta ai visitatori. La carrareccia termina in un piccolo slargo in cemento. Di fronte, in un lido naturale, una famiglia si gode l’acqua e il sole.

Lì il Fersina è abbastanza largo, 5-6 metri, pianeggiante e invita a percorrerlo a piedi. Noi invece proseguiamo a sinistra, sul versante. Il sentiero quasi non si vede, inizia inerpicandosi sul fango e gli arbusti proprio sopra la parte di cemento. Entriamo in una specie di foresta pluviale. «Peccato che non ho portato il machete» scherza uno di noi.

Vegetazione pluviale

Ortiche, liane, rami, tronchi e alberi secchi ostacolano il passaggio. In alcuni passi bisogna assicurarsi a una piccola fune. E si attraversa un rio che scende. Occorre fare attenzione a dove si mettono i piedi

Il torrente si apre

Il torrente adesso si apre, con l’acqua placida e la vegetazione sulle rive. Ricorda una scena del film di Terrence Malick, la Sottile linea rossa. Ma gli echi cinematografici sono tanti per un posto che assomiglia davvero a una foresta tropicale: Jurassic Park oppure Predator. O magari siamo su una rotta di narcotrafficanti sudamericani.

Ambiente naturale da Jurassic Park

Siamo in tre, ma solo uno di noi avanza sicuro. «Solero», con gli occhiali da sole e il cappello di paglia, è la nostra guida («spirituale, non di territorio» precisa lui), ha già fatto il percorso più volte e trova il sentiero dove si vede solo la giungla. Dietro, in fila indiana, lo seguiamo «Kef» e io.

Si prosegue lungo le anse

Proseguiamo così fra tratti a terra, il fogliame e piante di ortiche alte come uomini, e ancora per anse, slarghi, salite sul fango, almeno per un’ora. Nell’acqua si mostrano i pesci, ogni tanto qualcuno salta sulle rapide.

La valle è stretta e le pareti di roccia sono a pochi passi. Quasi ci scontriamo con una parete di cemento. Sembra il manufatto di una civiltà perduta, invece è solo il pilone del viadotto della superstrada. Ne seguiamo diversi sul cammino. Speriamo che non ci cada nulla sulla testa. In un punto c’è uno stagno che sembra vecchio di secoli, da cui manca solo il mostro della laguna che sale e ci sorprende.

I piloni della superstrada per la Valsugana

In breve la parte comoda finisce. La strada in alto entra in galleria e noi sotto avanziamo inoltrandoci nella gola. Troviamo anche un tronco a sbalzo sopra la corrente, un ponte tibetano da passare tenendosi a una fune tesa da una parte all’altra. È la parte più selvaggia, in cui si intervallano tratti di torrente aperto con altri di piccole rapide tra alcuni giganteschi massi. Avanzando vediamo di tutto. Scarpe, suole, bottiglie di ogni marca, grandezza, tipo di bibita. Copertoni, una porta in metallo, pezzi di auto con anche il nome della marca, perfino un cerchione. Ci sono anche insenature in cui l’acqua ristagna con un nugolo di schiuma.

Rifiuti di ogni genere

 

La schiuma

Abbiamo tutti i piedi bagnati e spesso imprechiamo per i graffi e la nostra stabilità precaria, sulle rocce, la terra, il versante ripido, i tronchi da superare, evitando di scivolare e farci davvero male. Perché una volta qui, come fanno a venirti a prendere? Il cellulare almeno prende.

A metà della gola si apre una specie di radura, la parete è ampia e a picco sul torrente che si apre di nuovo. I segni dell’opera umana: arriviamo nella falesia allestita da appassionati. Le vie sono pulite e segnate con i nomi. Guardo in alto, dalla parte opposta (le vie sono sul lato sud) e vedo le bocche delle gallerie militari degli austroungarici che scendono dal Calisio, costruite per sorvegliare il passaggio durante la Prima Guerra mondiale.

La falesia

Ancora avanti, ci avviciniamo alla fine del sentiero, camminando sempre tra sassi, piante e saltando un mucchio di bottiglie di plastica, tra cui anche un tubo di quelli per i cavi: tutti rifiuti portati dalle piene del fiume.

A un tratto, la vista ci sorprende. È il tratto più bello. La valle si apre quanto basta per lasciare spazio a piscina naturale del fiume, alimentata da una cascata. Il luogo ideale per sedersi o per rinfrescarsi con un bagno. Di fronte abbiamo un gigantesco scivolo di pietra. È asciutto, ma nei giorni di piena deve riempirsi.

La cascata

A sinistra c’è la muraglia della serra di Cantanghel. È una delle strutture realizzate nella vasta opera di governo della potenza delle acque lungo il Fersina, iniziata nel 1537 da Bernando Clesio, per proteggere la città dai detriti.

Mentre saliamo, vediamo in cima la targhetta dei Bacini montani della Provincia. L’acqua invece si incanala alla nostra destra, a ridosso della parete a sud. Una forra sul nascere, con mulinelli, scivoli, acque vorticose. Ci chiediamo se cadendo uno sopravviva o venga sbattuto contro le rocce e anneghi nei vortici.

Facciamo le ultime foto voltandoci indietro verso il sole, in alto sulla roccia, e ci incamminiamo.

In poco tempo siamo alla cava di ghiaia, la nostra meta, cotti dal sole che da questa parte della valle sembra bruciare di più. Un bicchiere d’acqua fresca dal thermos ci rinfranca. In auto mi accompagnano a riprendere la mia auto. Il viaggio è finito, siamo pieni di graffi e di punture di ortica. Stanchi ma contenti.

Adesso, quando passo rapidamente in auto e so quanto ci metterei, più in basso, a piedi, mi godo la comoda velocità della tecnica moderna.

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