L’inverno dell’orso bruno

di Rosario Fichera

Recentemente i social hanno rilanciato un post su Facebook relativo all’avvistamento sulle nevi del Monte Bondone di orme di orso bruno. Si è subito così diffusa la notizia che un esemplare di grosse dimensioni si fosse svegliato dal riposo invernale, invitando i frequentatori dell’area montuosa a prestare attenzione durante le loro attività all’aria aperta. Ma con un piccolo, grande, particolare, venuto fuori poco tempo dopo: si trattava di una fake news, una falsa notizia.

Al di là della fake news in sé, non è poi così raro che un orso bruno si possa svegliare dallo stato di semi letargo. La nostra rivista si è occupata altre volte di come questo straordinario e affascinate mammifero trascorra il periodo invernale in una tana, scegliendola con cura e con una capacità che ha del sorprendente.

In effetti, quello dell’orso bruno non è un vero e proprio letargo, così come per le marmotte, ma una sorta di ibernazione, intesa come una riduzione stagionale specializzata del proprio metabolismo, legata alle basse temperature e alla mancanza di cibo. Come spiega Andrea Mustoni, responsabile della ricerca scientifica e divulgazione ambientale del Parco Naturale Adamello Brenta, l’ibernazione è uno stato d’inattività che in alcuni casi può essere interrotta dall’orso, per un periodo più o meno breve, se per esempio viene disturbato o se cambiano le condizioni climatiche. Potrebbe quindi svegliarsi e alzarsi, uscendo dalla tana, anche per assolvere a qualche bisogno fisiologico, perché l’orso bruno non sporca il giaciglio con le proprie feci o l’urina (peraltro entra nella tana a stomaco vuoto, dopo essersi liberato). Nel riparo invernale, inoltre, le femmine partoriscono, allattando i piccoli.

Durante questo semi letargo, durante il quale l’orso bruno non beve e non mangia, consumando le riserve di grasso accumulate nel periodo precedente il ritiro invernale, la temperatura del suo corpo diminuisce di circa 4-5 gradi centigradi rispetto ai valori normali di 37,5-38,3 gradi, circostanza, questa, che permette all’animale di mantenere un buon livello di reattività mentre dorme nella tana.

In questa foto e in quella in alto due tane di orso bruno studiate dall’appassionato naturalista Angelo Caliari

Tana che non sceglie a caso, ma dopo un’attenta analisi e ricerca. Angelo Caliari, collaboratore del Servizio foreste e fauna della Provincia Autonoma di Trento, è considerato uno dei massimi esperti di tane di orso bruno, avendone scoperte in Trentino ben 73. Grazie ai suoi studi si è capito che gli orsi utilizzano delle cavità naturali esistenti, allargandole se necessario con delle opere di scavo, ma soprattutto che che questi ripari invernali hanno caratteristiche ricorrenti, a cominciare dall’entrata.

Angelo Caliari durante un’ispezione di tana di orso bruno

Normalmente l’ingresso è alto circa 55 centimetri, anche se sono state scoperti casi addirittura di 31-35 centimetri. L’orso bruno sceglie una cavita con un’entrata bassa perché sa che un’apertura ridotta limita all’interno della stessa tana la dispersione del calore; inoltre l’ingresso di piccole dimensioni può essere chiuso all’esterno dall’accumulo della neve che funziona come un tappo, o se vogliamo come una porta isolante. La tana poi si sviluppa con un corridoio d’ingresso e una stanza finale, con una larghezza di circa 3 metri e un’altezza che può variare da 1 a 1,70 metri. In quest’ultimo ambiente, sempre asciutto, con un tasso di umidità molto basso, l’orso costruisce un morbido giaciglio, utilizzando foglie, ramoscelli secchi, licheni, muschi, un vero e proprio materasso naturale che lo isola dal terreno e che gli permette di attendere il ritorno della bella stagione con un pizzico di confort che non guasta mai.

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