Gioia e dolori dell’overtourism

di Gloria Concini

Una definizione di “overtourism” che soddisfi tutti gli studiosi del fenomeno non è ancora stata individuata. In maniera semplicistica, l’overtourism potrebbe essere associato al concetto di sovraffollamento turistico, inteso come la pressione esercitata su una determinata località da un turismo quantitativamente patologico.

Tuttavia, come chiarito dagli illustri relatori che si sono susseguiti recentemente a Bolzano, nel corso di un convegno internazionale sul tema organizzato da Eurac Research, l’overtourism ha più a che fare con la qualità dell’esperienza turistica, in rapporto con il territorio che la offre.

La popolazione delle città a vocazione turistica, così come gli abitanti delle aree rurali che presentano qualità paesaggistiche o naturalistiche di grande attrazione,    per l’impossibilità di utilizzare gli spazi pubblici nel proprio quotidiano e si sentono feriti nel senso di appartenenza a un determinato contesto tradizionale, fatto anche di regole non scritte e sconosciute ai visitatori.

Lampante è l’esempio di Venezia, portato da Mara Manente dell’Università Ca’ Foscari: in conseguenza all’overtourism, il centro storico sta perdendo mille residenti ogni anno e il gap in termini reddituali, fra chi lavora nel settore turistico e chi è occupato in altri settori, è in continuo aumento causando seri problemi di equità sociale.

In questa foto e in quella in alto due momenti del convegno organizzato dall’Eurac di Bolzano

Dipendendo largamente dalla percezione delle persone e dal livello di resilienza della destinazione turistica, l’overtourism è un fenomeno che va prevenuto e affrontato da più angolazioni. E’ anzitutto necessario un approccio di tipo scientifico – come ha spiegato da Damià Serrano I Miracle del Barcelona Tourism Observatory – per il monitoraggio dei flussi turistici nello spazio e nel tempo. Attraverso l’analisi dei dati è infatti possibile affrontare la questione dal punto di vista strategico: che tipo di turismo è preferibile, nel futuro, per la località oggetto di studio?

A questo proposito Yoel Mansfeld dell’University of Haifa ha messo in in guardia dall’applicazione di soluzioni standard per territori e comunità differenti: ogni realtà necessita di soluzioni di destination management tarate sul grado di cambiamento accettabile dalla comunità stessa (oggi misurato applicando il c.d. Value Strech approach). Ciò comporta la relativizzazione del concetto di sostenibilità ambientale, urbanistica, sociale ed economica: un turismo davvero più sostenibile passa attraverso un approccio bottom up di coinvolgimento dei vari portatori di interesse e di ricerca di un compromesso tra cambiamenti positivi e negativi indotti dal turismo stesso, ottenendo un’accettabilità il più possibile diffusa. In altre parole, la sostenibilità è un processo che si raggiunge con la consapevolezza dell’intera comunità abitante, responsabile e attiva.

Chi governa regioni rurali interessate da flussi crescenti di visitatori, come il Trentino Alto Adige, ha molto da imparare dai percorsi intrapresi nelle città per fare fronte all’overtourism: di questo si è discusso con una tavola rotonda di livello locale, nella seconda parte del convegno. In città come in campagna, il turismo è un ottimo strumento di pace e di confronto culturale, una palestra di integrazione che perde il suo valore quando esercita un’eccessiva pressione sociale. Per preservarlo, la regolamentazione e la regimentazione del fenomeno da parte della politica e delle associazioni di categoria richiedono scelte coraggiose, creative e, come già detto, condivise.

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