Il glaciologo Casarotto: “Tra 15-20 anni i ghiacciai dolomitici spariranno”

di Marianna Calovi

Ci sono luoghi in alta montagna dove la natura conserva le tracce dei cambiamenti climatici. Sono i ghiacciai, scrigni di informazioni sul passato, il presente e il futuro del nostro clima. Ho incontrato Christian Casarotto, glaciologo e divulgatore scientifico del Muse, per farmi raccontare il suo lavoro e lo stato di salute dei nostri ghiacciai alpini.

Parliamo della tua professione, cosa fa un glaciologo?
«Prima di tutto aspiro a una pensione anticipata visto la tendenza dei ghiacciai a ridursi e scomparire! A parte gli scherzi, mi occupo di monitorare i ghiacciai determinando i bilanci di massa, ovvero la loro variazione di volume anno dopo anno. Attraverso rilevamenti sul posto, osservazioni e confronti fotografici e topografici calcoliamo queste variazioni e forniamo dei numeri, dei dati. Come Muse stiamo monitorando sei ghiacciai in Trentino: nel gruppo dell’Adamello il Ghiacciaio dell’Adamello – il più grande d’Italia – e quello della Lobbia; nel gruppo del Cevedale il De la mare e il Careser; nel gruppo del Brenta il D’Agola; e infine quello della Marmolada. Il Muse svolge le attività di monitoraggio in collaborazione con la Provincia di Trento, capofila delle attività, e la Sat con il suo Comitato Glaciologico Trentino».

Ghiacciaio di Lares 2015
Il Ghiacciaio di Lares nel 2015

Come fate a raccogliere i dati per determinare le variazioni di volume di un ghiacciaio?
«Ogni anno si effettuano due rilevamenti su ognuno dei sei ghiacciai: a fine inverno, quando verso maggio/giugno si calcolano gli accumuli di neve, e a fine estate, tra settembre e ottobre, quando si monitorano le perdite per fusione. Come per un bilancio economico, valutando le entrate e le uscite si determina il bilancio di massa. Nella pratica, ogni anno questi rilievi vengono fatti negli stessi punti, per tutta l’estensione del ghiacciaio. Per misurare gli accumuli di neve dell’inverno si utilizzano delle sonde e si annotano i cm di spessore del manto nevoso. Poi, in alcuni punti particolari si procede con un altro tipo di misurazione volta a stabilire quanta acqua c’è nella neve. Questo perché 190 cm di neve, per esempio, non sono uguali dappertutto; la neve in Adamello può essere molto diversa dalla neve in Marmolada per una serie di fattori diversi (concentrazione di acqua, esposizione, inclinazione, quota…). Bisogna dunque trasformare i cm di neve in litri di acqua, unità di misura universalmente riconosciuta che consente di fare confronti tra i dati dei diversi ghiacciai del mondo. Per fare questa misurazione si prende un cilindro di metallo alto 20 cm (con un volume di mezzo litro) e lo si riempie di neve campionando tutta l’altezza dell’accumulo. La neve raccolta finisce in un sacchetto di plastica e viene pesata. Maggiore è l’acqua presente nella neve, maggiore sarà il peso. Infine si piantano dei pali in alluminio sulla superficie del ghiacciaio per la seconda misurazione, quella del periodo successivo alla fine dell’estate, quando bisogna valutare la quantità di neve e ghiaccio che si sono persi per fusione. Tra settembre e ottobre ritorniamo agli stessi punti e misuriamo la sporgenza del palo. La differenza tra la sporgenza invernale e quella estiva determina la quantità di acqua persa durante l’intero periodo estivo. Oltre a queste ascensioni alpinistiche per effettuare i rilevamenti, facciamo anche dei confronti fotografici e topografici. Costruiamo un modello 3d del ghiacciaio e un software determina per differenza cosa è successo a livello geometrico».

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Christian Casarotto impegnato nei rilevamenti a fine inverno con sonda e cilindro

A cosa serve studiare un ghiacciaio? Quali informazioni possiamo ricavare?
«Il ghiacciaio è la manifestazione più eclatante del cambiamento climatico perché risponde a quelle che sono le variazioni di temperatura e alle precipitazioni. Determinare i bilanci di massa dei ghiacciai serve per capire le tendenze del cambiamento climatico. Facciamo un esempio. Quando sentiamo parlare delle temperature che sono aumentate di 0,8 gradi, cosa vuol dire? Se andassimo a vedere un ghiacciaio oggi e tornassimo nello stesso punto a un anno di distanza lo capiremmo: quel valore corrisponde ai metri di arretramento frontale del ghiacciaio. Ogni anno questi arretrano di circa 15/17 metri e perdono circa 2/4 metri di spessore».

Qual è lo stato di salute dei nostri ghiacciai?
«La più lunga serie di dati di bilanci di massa che abbiamo in Italia appartiene al Ghiacciaio del Careser. Dal 1967 a oggi si può notare un ritiro costante con un’accelerazione importante a partire dal 1981. Più in generale, negli ultimi quindici anni i bilanci dei ghiacciai in Trentino sono sempre stati negativi, a eccezione delle annate 2008/2009 e 2013/2014. A parte questi sporadici episodi è stato un susseguirsi di crisi che hanno determinato un progressivo rimpicciolimento dei ghiacciai. Questi sono aumentati di numero, ma per effetto di una frammentazione continua che sta facendo emergere molte isole rocciose. Inoltre, negli ultimi vent’anni stanno aumentando le formazioni di “calderoni”, vere e proprie doline sul ghiacciaio con andamento concentrico. La fusione, infatti, non avviene soltanto in superficie per effetto dell’irraggiamento solare ma anche da sotto, determinando queste specie di caverne, degli spazi vuoti che poi collassano».

ghiacciaio_Adamello
Il ghiacciaio dell’Adamello

Stiamo assistendo a un inverno particolarmente ricco di precipitazioni nevose. Queste nevicate quanto possono influire sul fenomeno del ritiro dei ghiacciai?
«Il ghiacciaio è un salvadanaio: se ha tante entrate in inverno può permettersi di perdere maggiori quantità di acqua in estate. Il problema è che con le temperature estive degli ultimi anni le perdite sono davvero cospicue. Quest’inverno ci sono state delle nevicate ma la situazione non è rosea come sembra. Prima di fare valutazioni dobbiamo aspettare di vedere come saranno le temperature nella prossima estate».

Il futuro come si prospetta?
«Attualmente siamo nel momento in cui abbiamo a disposizione una grande quantità di acqua perché è come se i rubinetti fossero aperti. Il problema sarà tra qualche anno. Tra 15/20 anni i ghiacciai dolomitici spariranno e la conseguente scarsità di acqua avrà degli effetti notevoli sul comparto idrico, agricolo, energetico, turistico, paesaggistico e via dicendo. Si preannuncia un nuovo scenario al quale l’uomo dovrà adattarsi. A mio parere, però, il cambiamento climatico può trasformarsi in un’opportunità per cambiare abitudini e stili di vita. Rimane ancora da capire se saremo in grado di coglierla».

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