“Orso bruno: ma perché è importante la sua presenza?”

di Giovanni Palla, con il contributo di Michele Chiacchio, OWL (Open Wet Lab) 

La presenza dell’orso bruno in Trentino è un tema delicato, se ne continua a scrivere e discutere molto e la cittadinanza è divisa nonostante gli ampi sforzi della Provincia autonoma di Trento nel monitorare la popolazione di animali. La situazione è complessa e le ragioni delle parti molteplici e manca probabilmente una misura nel valutare benefici e rischi del “recente” ripopolamento delle Alpi sud-orientali.

Da giovani scienziati in erba, e scarsi conoscitori degli ecosistemi, ci è sorta una domanda piuttosto banale: ma l’orso bruno a che cosa serve? Qual è l’impatto ambientale dell’orso tra le nostre meravigliose montagne? Al di là delle posizioni  ambientaliste più o meno condivisibili e alla passione verso un territorio unico in termini di biodiversità, quanto è fondamentale la presenza di un grande predatore in un ecosistema?

Un gruppo di scienziati statunitensi e scandinavi ha provato a rispondere a quest’ultima domanda in un articolo sulla rivista Science e i risultati sono molto chiari.

Nello studio vengono riportati una serie di casi dove si è evidenziata la cosiddetta “retrocessione trofica”, cioè la perdita di biodiversità degli ecosistemi in mancanza del loro predatore primario. Il fenomeno è facilmente spiegabile se s’intende l’equilibrio del sistema ecologico come una cascata o meglio ancora un domino. In parole semplici: se un organismo A che si cibava di un organismo B viene a mancare, allora gli esemplari di B aumenteranno in numero e di conseguenza diminuirà C, l’organismo di cui B si ciba.

Un esempio è il seguente: in un fiume ci sono due tipi di pesci: quelli che mangiano altri pesci (piscivori) e quelli che mangiano lo zooplankton. Poi ci sarà appunto lo zooplankton che si nutre invece di fitoplankton. Se nel fiume vengono a mancare i pesci piscivori, allora le loro prede, i pesci che si nutrono di zooplankton, aumenteranno. Come conseguenza di ciò i pesci consumeranno eccessivamente lo zooplankton, che diminuirà, facendo proliferare così il fitoplankton.

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L’immagine mostra gli ambienti in presenza e assenza del grande predatore o del consumatore primario. Gli effetti dell’assenza di essi sono evidenti.

Nell’articolo citato sono illustrati anche  situazioni in cui è stata associata la dinamica della vegetazione con l’interdipendenza tra predatori (o malattie) ed erbivori. Un caso eclatante è avvenuto nell’Africa orientale, dove la proliferazione di bufali e gnu alla fine dell’800 ha scatenato un’epidemia di peste bovina. Questa ha decimato la specie con il conseguente aumento di flora selvatica, che in stagioni calde era materia prima per l’accensione spontanea di roghi nella savana. La somministrazione di un vaccino ha determinato il riassestamento della distribuzione di biomassa precedente e la conseguente diminuzione degli incendi.

Infine, un altro caso interessante illustrato è l’aumento della popolazione di una specie di babbuini nell’Africa sub-sahariana, avvenuta in seguito alla riduzione del numero di leopardi e leoni. La maggiore densità delle scimmie e il conseguente aumento di contatto con la popolazione locale ha determinato un più alto tasso di infezioni dovute a parassiti intestinali.

Insomma, ghepardi, squali, lupi e orsi non sono soltanto animali nobili e maestosi, ma estremamente funzionali alla corretta conservazione della nicchia ecologica che dominano. Anche gli orsi appunto.

Fonti: http://science.sciencemag.org/content/333/6040/301.full.pdf+html

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