Cosa rischiamo con gli USA fuori dall’Accordo di Parigi

di Rosario Fichera

Il ritiro degli Stati Uniti d’America dall’Accordo di Parigi sul clima è una sconfitta per tutto il pianeta Terra. L’annuncio del presidente americano Donald Trump, sebbene atteso, ha avuto l’effetto di un pugno nello stomaco. Si sperava sempre in un suo ripensamento dell’ultimo minuto e sicuramente non basta a rassicurare il mondo la sua ultima dichiarazione sul fatto che “l’America resta impegnata sul fronte degli sforzi per proteggere l’ambiente”. Con la sua decisione la situazione a livello globale si complica. E di molto.

Gli USA rappresentano, infatti, il secondo produttore al mondo di gas serra con il 15% delle emissioni globali. Al primo posto c’è la Cina con il 29% che, però, si è subito premurata a confermare il rispetto degli impegni assunti a Parigi. E questo è sicuramente è un dato positivo, così come la levata di scudi contro la decisione di Trump di numerose grandi industrie americane e di tantissimi opinion leader.

L’America, con il presidente Barak Obama, si era impegnata a ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 26-28% entro il 2025, se adesso non lo farà sarà praticamente impossibile tentare di raggiungere l’obiettivo  concordato nel 2015 a Parigi da 195 Paesi di contenere l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, con l’impegno di limitare l’aumento di temperatura a 1,5 gradi (impresa, secondo numerosi esperti, già di fatto impossibile da realizzare).

Ciò che garantisce la vita così come la conosciamo oggi è la stabilità della temperatura, cioè l’assenza di forti oscillazioni che hanno invece caratterizzato la storia del nostro pianeta che ha un’età di 4,5 miliardi di anni. Le condizioni favorevoli allo sviluppo della vita si sono affermate, infatti, solo di recente, negli ultimi 10.000 anni, quando, dopo l’ultima era glaciale, il clima sulla Terra è migliorato, con temperature che oscillavano verso l’alto o verso il basso solo di 1 °C. Una sostanziale stabilità delle temperature e quindi del clima che ha dato avvio all’Era geologica dell’Olocene, che ha rappresentato un punto di svolta per tutte le specie viventi, a cominciare per gli esseri umani.

Prima dell’Olocene per i nostri antenati (che hanno cominciato a diffondersi circa 160.000 anni fa) la sopravvivenza sulla Terra era un vero e proprio terno all’otto. Anzi un incubo. E questo perché il clima continuava a cambiare di frequente, alternando periodi estremamente freddi, a periodi caldi. Il problema, appunto, erano le fluttuazioni delle temperature che oscillavano in modo incredibile, con aumenti anche di 5-10 °C.

A causa di questa situazione, come spiega Johan Rockström, uno dei massimi esperti al mondo di sostenibilità globale, circa 75.000 anni fa, in una fase particolarmente fredda, l’intera popolazione umana si ritiene che si sarebbe ridotta a poco meno di 15.000 individui in età riproduttiva, confinati sugli altopiani dell’Etiopia settentrionale. Per trovare cibo molti di loro furono costretti a lunghi spostamenti fino alle rive del Mar Rosso, alla penisola arabica, in India, per giungere infine, circa 40.000 anni fa, in Europa.

Poi intorno a 11.700 anni fa, il clima sulla Terra migliorò con l’avvento dell’Olocene. E le conseguenze furono immediate: le favorevoli condizioni climatiche favorirono l’invenzione dell’agricoltura che, a sua volta, ha permesso lo sviluppo di tecnologie e di nutrire popolazioni sempre più numerose, per arrivare nel 1800 a una popolazione di un miliardo di persone e a metà del secolo scorso a tre miliardi.

Ma da metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, come spiega ancora Johan Rockström, con la grande accelerazione delle attività umane, gli impatti antropici (dell’uomo) hanno esercitato una pressione sempre crescente sui principali ecosistemi terrestri (cambiamenti climatici, inquinamento da sostanze chimiche, inquinamento dell’aria, degrado dei suoli e delle riserve idriche, l’eccesso di nutrienti e la perdita di biodiversità), dando vita a una nuova era geologica: l’Antropocene, dove la causa maggiore dei cambiamenti climatici è addebitabile all’uomo.

Dal 1960 le emissioni annuali di CO2 sono schizzate da 4 miliardi di tonnellate a quasi 9 miliardi e la maggiore quantità è stata emessa negli ultimi 15 anni. Nel frattempo la concentrazione di CO2 nell’atmosfera è salita da 280 parti per milione (ppm) dell’epoca preindustriale a 400 ppm nel 2014, e se si considerano anche gli altri gas serra si arriva a una concentrazione di 450 ppm, la più alta dagli ultimi 800.000 anni. Di questo passo, secondo gli esperti, stiamo andando diritti verso un riscaldamento globale di 4 °C al 2100. In pratica è come se ci trovassimo su un treno in corsa senza macchinista, destinato a schiantarsi contro una montagna.

Ecco perché è importante rispettare l’Accordo di Parigi, per cercare in tutti i modi possibili di mantenere stabile la temperatura entro la forbice di oscillazione raccomandata dagli esperti.  Ritornare a forti fluttuazioni delle temperature a causa delle emissioni di gas inquinanti a effetto serra significherebbe fare un salto indietro nel tempo, quando vivere era poco meno di una scommessa.

Donal Trump difendendo la sua decisione ha detto “America first” (America prima). Ma da ieri, nel mondo, sono sempre di più le persone che dicono “Earth first” (Terra prima).

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