Convivere con i cinghiali: impatti, abbattimenti e pericoli

di Stefano Voltolini

Duecentotrenta abbattimenti nel 2016, il massimo storico in Trentino: un dato che fa ipotizzare la presenza di una popolazione – è una stima – 400 esemplari. Il cinghiale – nella sottospecie «Sus scrofa scrofa» – è una presenza radicata in Trentino. E fa parte, contrariamente a quello che si crede, della fauna autoctona. Estinto nel XVII secolo (in un fenomeno vasto che ha interessato la penisola e il continente) è tornato a partire dagli anni Ottanta. Oggi si concentra in due macro-aree: valle del Chiese (destra orografica), con la valle di Ledro e Tremalzo, e dall’altra la zona che va da Ala-Avio, segue la Vallagarina (sinistra orografica) fino alla Valsugana, includendo la Marzola-Vigolana.

L’impatto

La convivenza della specie con l’attività agricola è spesso problematica. Il rapporto sullo status del cinghiale 2016-2017, elaborato dall’Associazione cacciatori trentini (a cui la Provincia autonoma di Trento affida un ruolo importante nella gestione della specie) contiene, oltre ai dati, informazioni sul comportamento dell’animale. A farla da padrone, spiega l’indagine, sono gli episodi di scavo e danneggiamento del cotico erboso di prati coltivati e pascoli (tramite il grufolamento), anche delle malghe di alta quota. Vengono inoltre frequentate le coltivazioni di fondovalle di mais, i vigneti, i frutteti.

I danni provocati dai cinghiali nei prati coltivati

L’anno scorso gli indennizzi sono stati record: 28.364 gli euro liquidati dalla Provincia, contro i 16.218 del 2015. Pesa un singolo episodio – i danni a un pascolo nel comune di Levico – che ha comportato una rifusione di 10.000 euro.

«Il cinghiale – commenta Alessandro Brugnoli, direttore tecnico dell’Associazione cacciatori trentini – ha senz’altro una sua problematicità. Impatta, fa danni ai pascoli in quota,  alle coltivazioni di mais e ai vigneti». Anche perché è un mammifero di una certa dimensione: il maschio pesa in media il 20-30% più della femmina e può arrivare a pesare duecento chilogrammi.

Alessandro Brugnoli
L’areale

Oggi in Italia il cinghiale è l’ungulato che possiede il più vasto areale. Si estende complessivamente per circa 170.000 chilometri quadrati, il 57% del territorio nazionale: dalla Valle d’Aosta attraverso le Alpi occidentali e gli Appennini fino alla Calabria. In Maremma è presente la sottospecie Sus scrofa meridionalis, in Sardegna la Sus scrofa majori. Complessivamente è diffuso in 90 province su 103. In tempi storici il cinghiale era presente in gran parte del territorio italiano. A partire dalla fine del 1500 la sua distribuzione è andata progressivamente riducendosi, a causa della persecuzione diretta da parte dell’uomo. Il cinghiale ricompare in modo autonomo per dispersione naturale, ad esempio da Francia e Slovenia, dopo la seconda guerra mondiale. A partire dalla fine degli anni Sessanta inizia un nuovo radicamento.

 
Nella storia del Trentino: la battuta di caccia del Clesio

Le prime testimonianze locali sono riconducibili ai reperti, databili attorno a 13.000 anni fa, rinvenuti all’interno degli scavi del Riparo Dalmeri sull’altopiano della Marcesina, nel Comune di Grigno in Valsugana. Porzioni di zanne di cinghiale sono state rinvenute negli scavi alla torbiera di Fiavè, riconducibili all’età del Bronzo (3300-1800 a.C.). In tempi più vicini, documenti dell’archivio del Principato vescovile di Trento riportano una battuta di caccia al cinghiale da parte di Bernardo Clesio nel territorio di Nomi, avvenuta l’8 dicembre 1517. Un’ulteriore testimonianza è costituita dalla descrizione della selvaggina dei monti limitrofi a Cles realizzata da Pietro Andrea Mattioli, naturalista senese in vista al Clesio, e contenuta ne Il Magno palazzo del Cardinale di Trento: «E qui ne i monti, e luoghi più alpestri orsi, cervi e cignal troviamo ogn’hora, e capricorni, e le capre silvestri, ch’a tempo vengano de lor sassi fuora».

 Dov’è oggi
 

Ed ecco le zone di presenza del mammifero oggi in Trentino. In val del Chiese le consistenze maggiori si contano in destra orografica tra Prezzo e Storo. Il nucleo della Vallagarina, attestato fino alla valle del Leno di Vallarsa, si è espanso al monte Zugna e si è congiunto con il nucleo della Vigolana-Marzola di recente formazione (2008) e con l’Alta Valsugana. In Valle di Ledro i nuclei gravitano principalmente nella zona di Tremalzo mentre qualche segnalazione giunge anche dalle Giudicarie Esteriori, soprattutto nel Lomaso-Bleggio, in val di Non, nella bassa val di Cembra e dal Primiero.

Gli abbattimenti

La distribuzione degli abbattimenti – effettuati solo da cacciatori appositamente abilitati (i «controllori») o dagli agenti forestali – rispecchia quella della popolazione. Complessivamente, i prelievi nel 2016 sono stati 231, di cui 57 in Valsugana, 80 in Vallagarina-Trento-Riva del Garda, 69 a Chiese-Ledro, 25 nel resto del territorio. Per dare un’idea, nel 1990 sono stati appena venti, tutti nel Chiese. Per avere un raffronto, in Friuli gli abbattimenti sono in media 3.000 l’anno.

La disciplina vigente divide il territorio trentino in due zone: la prima è l’area di «controllo» venatorio che corrisponde a quello dell’areale della specie. «A disporre il controllo – spiega Brugnoli – sono l’articolo 19 della legge nazionale 157 del ’92 sulla caccia e l’articolo 31 della legge provinciale 24 del ’91». In questa zona l’intervento è demandato all’Ente gestore della caccia, che in Trentino è l’Associazione cacciatori trentini, a cui la Provincia ha affidato la funzione in quanto associazione più rappresentativa. Gli abilitati al controllo sono 1.207, i quali hanno svolto un programma di abilitazione di 16 ore (organizzato dall’Accademia ambiente foreste e fauna del Trentino) su normativa nazionale e provinciale, sicurezza nella gestione delle armi, biologia e ecologia del cinghiale. Gli incaricati effettivi sono 927 (dati 2016).
Nel resto della provincia – «area a densità zero» – il controllo (che nella normativa sulla caccia è sinonimo di abbattimento) è effettuato esclusivamente da personale di vigilanza, ovvero agenti forestali e i 30 guardiacaccia dell’Associazione cacciatori.

Il disegno di legge

La caccia da parte dei semplici titolari di permesso dell’associazione è vietata, o più precisamente «sospesa». Della materia si occupa il disegno di legge provinciale 183, promosso da Nerio Giovanazzi (Amministrare il Trentino), Massimo Fasanelli (misto), Mario Tonina (Upt) che mirerebbe a limitare l’espansione dell’animale. Il testo sta affrontando la fase delle audizioni in commissione. I favorevoli al cambio della normativa, che equiparerebbe il cinghiale agli ungulati e alle specie cacciabili durante la stagione venatoria, vedono nel testo uno strumento per ridurre l’espansione del suide, che sta creando danni soprattutto ai coltivatori delle valli. I critici temono invece che possa preludere a una diffusione ulteriore, anche per l’immissione abusiva che si potrebbe verificare da parte di chi, illegalmente, sarebbe tentato di immettere animali sul territorio per poi cacciarli. Perplesso sul disegno si è mostrato durante l’audizione lo stesso assessore con delega alla fauna Michele Dallapiccola, per una serie di ragioni: «Il disagio – ha detto in commissione – è evidente. Però occorre dire che in altre regioni dove il cinghiale è cacciabile, ne osserviamo un aumento della presenza. Le alternative quali sono? Perfezioniamo il piano esistente, insistiamo sull’abilitazione dei cacciatori e con il nostro servizio d’intervento su segnalazione da parte dei Comuni, cercando di mantenere un’azione di sostenibilità, recependo questa proposta legislativa come stimolo».
La Commissione ha deciso di sospendere l’esame del disegno di legge per favorire un confronto tra l’assessore e i proponenti per capire come affrontare la problematica.

 Pericolosità

Secondo Brugnoli la pericolosità è minima, se non assente: «Eventuali situazioni di pericolo possono presentarsi in presenza di animali feriti durante la caccia, soprattutto se viene ferito il capo del gruppo. Ma a parte questo, e anche considerando le situazioni con i piccoli, non mi pare ci siano elementi critici per quanto riguarda i rischi per l’uomo».

Nel video qui sotto (realizzato con una foto trappola dal Parco naturale regionale Lessinia e Carabinieri forestale Bosco Chiesanuova) uno straordinario incontro notturno tra un cervo e un cinghiale)

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