Bosco e paesaggio in Valle dei Mòcheni

di Tatiana Andreatta

“Tutti i boschi erano regolati, puliti, selezionati perché la guardia forestale ti dava il permesso di tagliare da qui a lì, dove si tagliava, si doveva pulire e mettere a posto, non si poteva lasciare lì niente. Non è come oggi, oggi è tutto cambiato, oggi c’è troppo bosco. Anche i boschi grandi erano tutti puliti, perché la gente usava la legna. Non è come adesso, adesso c’è legna ovunque, che marcisce, secca, portata dal vento”. O. M. – Roveda Oachlait

Nei tre comuni trentini di lingua mòchena, Fierozzo Vlarotz, Frassilongo Garait e Palù del Fèrsina Palai en Bersntol, il bosco ha da sempre un ruolo particolarmente importante non solo da un punto di vista paesaggistico ma anche economico e culturale. Soprattutto in passato, all’interno del sistema agrosilvopastorale basato su agricoltura, selvicoltura e pastorizia, esso forniva gran parte delle risorse necessarie all’auto-sussistenza delle comunità insediatesi a così alte quote.

Tuttavia, negli ultimi anni, la conformazione del bosco è cambiata molto. Dalla seconda metà del Novecento il paesaggio della Valle dei Mòcheni, come quello di molte altre realtà dell’arco alpino, ha subito profonde trasformazioni. Come sostiene anche l’antropologo Pier Paolo Viazzo nel prezioso volume Comunità alpine “il limite dell’insediamento permanente è sceso di circa trecento metri e il terreno che circonda le frazioni abbandonate si sta nella maggior parte dei casi trasformando in una landa desolata, spesso ricoperta da una formazione secondaria di boscaglia”[1].

Il surriscaldamento terrestre assieme alla maggiore conoscenza e sensibilità ecologica che, negli ultimi decenni ha puntato a regolamentare i prelievi di legname, hanno portato alla nascita e alla crescita di specie arboree dove un tempo esistevano pascoli, prati e campi. Ma è stato soprattutto l’allontanamento dal tradizionale stile di vita di allora, quindi l’abbandono del territorio, che ha causato l’avanzamento quasi incontrollato del bosco. L’avvento del benessere e gli alti livelli di emigrazione definitiva hanno infatti limitato fortemente lo sfruttamento boschivo.

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Fin dai primi insediamenti permanenti, risalenti al XIII secolo, il legname era la risorsa boschiva maggiormente utilizzata. Gli alberi venivano tagliati per fare spazio a nuovi pascoli e zone abitative, per costruire le strutture delle numerose miniere che si trovavano in Valle e per la produzione di carbone. In tempi più recenti, abeti e larici erano usati soprattutto per il commercio del legname e nella costruzione delle tipiche abitazioni mòchene in blockbau, con tronchi sovrapposti orizzontalmente e tetti in scandole, cioè le asticelle di legno per la copertura degli stessi. Invece, le latifoglie offrivano soprattutto legna da ardere, unico metodo di riscaldamento e legno per l’artigianato dal quale venivano ottenuti attrezzi per la campagna, contenitori come scodelle e ceste, mobilia per le abitazioni e così via. Il legno era quindi il materiale grazie al quale, in Valle, si otteneva quasi tutto quello di cui si necessitava.

Dal bosco però, si potevano ricavare molte altre risorse. Ad esempio, ogni autunno, le famiglie s’impegnavano nel taglio dei rami di acero, nocciolo, olmo, rovere e frassino usati per la preparazione delle fascine, le cui foglie servivano, in inverno, ad integrare la dieta di capre, pecore e maiali. Sempre in autunno venivano poi immagazzinate grosse quantità di foglie secche delle latifoglie e aghi di larice accuratamente raccolti con appositi rastrelli di legno. Questo composto serviva in inverno nelle stalle come lettiera per gli animali e in primavera, assieme al letame, come concime per prati e campi.

Nel bosco venivano raccolti anche i piccoli frutti, in particolare i mirtilli rossi e i funghi, come i porcini, destinati soprattutto alla vendita fuori dalla Valle. Ma anche resine ed erbe medicinali, come alcune specie di licheni o l’arnica, che costituivano potenti rimedi terapeutici.

Come si è visto fin qui, gli utilizzi delle risorse del bosco erano numerosissimi e gli abitanti della Valle, proprio per questo, vi trascorrevano molto tempo. Il continuo contatto ha portato allo sviluppo di un altissimo livello di conoscenza riguardo alle modalità con le quali ottenere e sfruttare al meglio ciò che il bosco offriva. Specie arboree, zone e tecniche di taglio e di lavorazione del legname, così come caratteristiche e usi delle risorse secondarie, erano saperi che venivano tramandati da generazione in generazione e che, con il tempo, si sono perfezionati sempre di più. Il bosco veniva vissuto direttamente, fin dai primi anni di vita, e con esso si sviluppava una relazione dialettica di reciproca influenza non solo ambientale ma anche culturale. La presenza assidua dell’essere umano in questo luogo, anche se non sempre in maniera positiva, ne ha fatto uno spazio che per secoli ha mostrato chiaramente la sua stretta connessione con il mondo antropico. Ad esempio, il taglio del legname controllava l’espansione dei suoi confini, la raccolta dello strame e delle ramaglie come legna da ardere manteneva puliti i sentieri e, inoltre, permetteva la crescita delle piccole piantine di mirtillo che a loro volta nutrivano i tetraonidi, come il gallo forcello, che proprio per questo un tempo erano numerosi in Valle, e così via.

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Vivere e lavorare nel bosco portava a una conservazione ambientale e paesaggistica che a sua volta, in quanto elemento fondamentale nella vita quotidiana di queste persone, ne formava anche l’identità in un connubio capace di mostrare chiaramente il superamento della dicotomia natura/cultura.

Negli ultimi decenni sono cambiati molti aspetti di questa relazione. Il legno non è più il materiale principale, né le risorse boschive sono necessarie alla sopravvivenza. Attualmente ci si reca nel bosco soprattutto per passeggiare, per tagliare piccole quantità di legna, per raccogliere frutti non più destinati alla vendita, per cercare minerali da collezione e buon legno da intagliare per creare sculture. Questa comunità, seppur con diverse modalità, mantiene quindi un forte legame con esso.

Attualmente il bosco ricopre più della metà della superficie nei tre comuni e ciò dimostra quanto il suo utilizzo sia diminuito nel tempo, come sta accadendo anche in molte altre valli del Trentino. Un dato non troppo positivo, che fa riflettere sull’importanza di non dimenticare quello che siamo stati e sulla necessità di continuare a prenderci cura dell’ambiente che ci circonda poiché ne facciamo strettamente parte.

(1) In Viazzo P. P., 1990, Comunità alpine. Ambiente, popolazione, struttura sociale nelle Alpi dal XVI secolo ad oggi, Il Mulino, Bologna.


Foto: Palù del Fèrsina (Palai en Bersntol), fine anni Cinquanta, archivio Bersntoler Kulturinstitut, Thien

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